Di vero cuore (Dilexit nos 3)
In questa società distratta e indifferente, c’è un urgente bisogno di recuperare l’attenzione e l’ascolto, uno sguardo profondo, capace di andare oltre la superficie, capace di autenticità. Tornare ad essere autentici significa innanzitutto entrare in contatto con la parte più vera di noi stessi, imparare a guardarci dentro e accogliere quello che troviamo, senza soffocarlo o camuffarlo. Solo «il cuore rende possibile qualsiasi legame autentico, perché una relazione che non è costruita con il cuore è incapace di superare la frammentazione dell’individualismo. L’anti-cuore è una società sempre più dominata dal narcisismo e dall’autoreferenzialità. L’altro scompare dall’orizzonte e ci si chiude nel proprio io, senza capacità di relazioni sane» (DN 17).
Sono queste «malattie» tanto attuali che hanno spinto papa Francesco a «proporre a tutta la Chiesa un nuovo approfondimento sull’amore di Cristo rappresentato nel suo santo Cuore. Lì possiamo trovare tutto il Vangelo, lì vi è ciò di cui abbiamo più bisogno» (DN 89). Gesù non si è mai mascherato, nelle sue relazioni non ha mai finto, non si è mai accostato a nessuno a partire dal ruolo che ricopriva, ha sempre mostrato apertamente chi era, i sentimenti che lo abitavano, le spinte interiori che lo muovevano. «È sempre alla ricerca, costantemente aperto all’incontro.
Lo contempliamo quando si ferma a conversare con la Samaritana al pozzo dove lei andava a prendere l’acqua. Lo vediamo che, a notte fonda, incontra Nicodemo, che aveva paura di farsi vedere insieme a Gesù. Lo ammiriamo quando senza vergogna si lascia lavare i piedi da una prostituta; quando dice, occhi negli occhi, alla donna adultera: «Non ti condanno»; o quando affronta l’indifferenza dei suoi discepoli e al cieco sulla strada dice con affetto: «Cosa vuoi che io faccia per te?». Gli elitari della religione si lamentavano e lo trattavano come «un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori»» (DN 35 e 37).
Vengono alla mente le parole di don Angelo Casati, quando dice che «comunità alternativa si diventa vivendo il Vangelo, non recitando la parte del “perfetto”. Alternativi diventiamo non mascherandoci dietro il ruolo o dietro il titolo, ma dando trasparenza ai rapporti. Incontrandoci come persone. Come figli di Dio. Questa la più grande dignità che ci è toccata. Non esiste, per un vero credente, altra realtà tanto grande. Essere papa, essere vescovo, essere prete, non vale l’essere figli di Dio. E – se figli – liberi. E quindi non soffocati, non mascherati, non misurati da titoli e da ruoli».
La Chiesa non può e non deve essere il luogo della formalità ma lo spazio dove risplende la libertà e l’umanità dei rapporti. Pena l’insignificanza e l’insipidezza. «Il Cuore di Cristo ci libera dal dualismo di comunità e pastori concentrati solo su attività esterne, riforme strutturali prive di Vangelo, organizzazioni ossessive, progetti mondani, riflessioni secolarizzate. Ne risulta spesso un cristianesimo che ha dimenticato la tenerezza della fede, la gioia della dedizione al servizio, il fervore della missione da persona a persona» (DN 88).